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Domenica, 25 Giugno 2017

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Tfa : cosa c’è che non va?

Bisogna migliorare le procedure selettive dei prossimi cicli tfa

Reduce dalla dura selezione per l’ammissione al TFA II ciclo, finalmente, dopo aver passato tutte e tre le prove, posso esprimere le mie personali opinioni e muovere giuste e condivise critiche, sperando che possano divenire punti su cui riflettere, al fine di migliorare le procedure selettive dei prossimi cicli tfa, perché sembrerebbe proprio che “così  non va”.

Innanzitutto l’ ammissione al tfa è troppo difficile,  consistendo in ben tre prove , cioè un test preselettivo, una prova scritta ed una prova orale.  Non dimentichiamo che si  tratta  dell’ammissione ad un corso di abilitazione all’insegnamento,  post lauream , che prevede, in seguito, la possibilità di partecipare ad un concorso a cattedra. Non ha molto senso, quindi, rendere questa ammissione così dura, poiché chi frequenta il tfa dovrà poi, obbligatoriamente, sostenere un concorso per avere il “ruolo”. Di conseguenza,  è inevitabile che chi partecipa ad una selezione così spietata, in seguito sviluppi comprensibili  aspettative, che vanno ben oltre la sola possibilità di partecipare ad un concorso, senza  altro tipo di certezza lavorativa, se non qualche supplenza.

I programmi da studiare per partecipare all’ammissione sono vastissimi, oserei dire infiniti. ll candidato deve dimostrare di possedere conoscenze molto ampie ed approfondite, tali da condensare nelle tre prove i saperi di un intero iter universitario e forse anche di più. Il (povero) candidato viene a trovarsi, così, in evidente difficoltà,  poiché quasi sicuramente, nonostante l’impegno, lo studio, la buona volontà e la determinazione,  non riuscirà ad essere padrone di cotanto sapere e lascerà una parte dell’esito delle prove  alla fortuna.  Nel mio caso specifico, cdc a043/50, io ho dovuto ri-studiare tutta la storia,  la letteratura italiana, la linguistica, la storia della lingua italiana,  la geografia, non solo umana, e ho dovuto dimostrare di conoscere queste discipline in tutte le prove, in modalità diverse, dai quiz a risposta multipla su date (dal Paleolitico ai giorni nostri), personaggi storici, conquiste, fusi orari, meridiani e paralleli, versi da attribuire ad un determinato poeta,  allo scritto, dove veniva valutata anche la mia capacità espositiva ed argomentativa in lingua scritta, fino all’orale, fatto di pochi, concitati minuti di discussione affannosa e mediocre su quattro argomenti pescati a caso dal “bussolotto”, sempre sul medesimo ed infinito programma.

Una prova che è somigliata di più al gioco Trivial Pursuit che ad un esame!

La vastità del programma non trova motivazione e viene da chiedersi quale sia, a questo punto,  il senso ed il  valore degli esami sostenuti all’università e di tutto l’iter universitario.

Non sarebbe più giusto concentrarsi solo su una rosa di argomenti scelti?

Non è stata segnalata una bibliografia, punto di riferimento essenziale per affrontare in maniera seria e sicura lo studio, data l’ampiezza del programma d’esame. Privo di un affidabile strumento di orientamento, qual è la bibliografia, il candidato può trovarsi a non aver appreso qualche argomento, non per sua leggerezza, ma perché probabilmente non era affrontato nei testi da lui scelti.

 Le prove  di ammissione sono state distribuite in un arco temporale troppo vasto. Iniziate a luglio, si sono concluse soltanto a gennaio, con grave attese e stress per i candidati, molto spesso lasciati per lunghi periodi senza notizia alcuna.  E’ così difficile risolvere il tutto in poche settimane e rendere già certo il periodo di attivazione del  ciclo successivo?

 Le prove di ammissione sono state, inoltre, notevolmente differenti da ateneo ad ateneo,  risultando a volte più semplici, altre volte più difficili.  La prova orale, ad esempio,  in alcuni atenei è consistita in un commento al compito scritto, mentre in altri atenei  le domande,  sorteggiate, riguardavano  tutto il programma e si presentavano anche diverse per difficoltà.  Perché il Miur non ha dato delle direttive, in modo che gli atenei si uniformassero nelle prove?

Le prove superate non sono tesaurizzabili, per cui chi ha passato test preselettivo e  prova scritta, ma non l’orale, dovrà rifare tutto l’anno successivo. Non sarebbe giusto concedere la possibilità di ripetere, al ciclo successivo, solo la prova non superata? Inoltre, gli idonei che non rientrano nei posti a disposizione, rischiano di vedere vanificata tutta la loro fatica! 

Nessuno ha considerato l’attitudine del candidato all’insegnamento. L’iter per l’ammissione ha lasciato a casa persone valide e meritevoli, dotate e capaci, che magari hanno  difficoltà a memorizzare grandi quantità di nozioni destinate a scomparire nell’arco di pochi giorni, ma che possono essere o che già sono degli ottimi insegnanti, pieni di entusiasmo e passione per il proprio lavoro. 

Se è vero che le prove devono rispondere a dei criteri di oggettività, sarebbe anche giusto valutare altre competenze   e  attitudini, dando a tutti la possibilità di giocare la propria carta vincente.

Infine, il costo del corso appare esorbitante ed ingiustificato. Circa 2800 euro di sole tasse, da pagare in tempi brevissimi, senza contare tutte le altre spese (libri, viaggi per spostarsi etc etc).  A fronte di tale somma si consegue un titolo spendibile,certo, ma l’impegno economico è troppo oneroso e non è alla portata di tutti, ma di pochi “fortunati”, contravvenendo  a dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, il diritto all’istruzione e il diritto al lavoro. 

Marisa Bove

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