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Lunedì, 24 Luglio 2017

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Imparare ad insegnare. L’importanza della formazione

Un corso sulla didattica della storia contemporanea

 

  

Sono rientrata da poche ore, dopo tre giorni intensi, durante i quali ho cercato di apprendere il più possibile, facendo tesoro di ogni singola parola che ho ascoltato. Un Dirigente Scolastico e un gruppo di docenti animati da entusiasmo e amore per la loro professione, pronti a mettersi in gioco qualora se ne presenti l’opportunità, disposti a scardinare le proprie convinzioni e le proprie modalità didattiche. Istituto Comprensivo “B. Gigli” di Monte Roberto (AN), in collaborazione con l’Istituto Storia Marche e con “Le Marche fanno storia”: nei giorni 4-5-6 marzo, si è tenuto un corso di formazione intitolato “Leggere il Novecento. Strumenti e metodi per insegnare storia contemporanea”. Responsabili del progetto: il Dirigente Scolastico prof.ssa Maria Luisa Cascetti; la prof.ssa Roberta Mazzoni e la prof.ssa Carla Marcellini. Tutor: Gigi Garelli, Istituto storico della Resistenza di Cuneo; Carla Marcellini, Istituto storico Marche; Nadia Olivieri, Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

Primo giorno: “Il laboratorio del tempo presente. Insegnare il Novecento”, relatore prof. Antonio  Brusa (Università di Bari). Secondo giorno:  “Il secolo della violenza e i giorni della non violenza”, relatore prof Amoreno Martellini (Università di Urbino). Terzo giorno: “Il secolo della globalizzazione?”, relatore prof. Luca Garbini (Università di Roma Tre).

Tre relatori , tre tutor, tre gruppi di lavoro.

Lo scopo era quello di fornire un aggiornamento storiografico sull’interpretazione di alcuni aspetti della storia del Novecento, mostrando anche strumenti e metodologie didattiche per affrontarne lo studio. L’attenzione è stata posta soprattutto sulla didattica partecipata, attraverso strategie che valorizzino lo studio delle fonti storiche, come il laboratorio e lo “studio di caso”.

Siamo partiti da un dato evidente: il fatto che nello svolgimento dei programmi didattici spesso il Novecento viene trascurato, o comunque approcciato solo in parte, al massimo fino al secondo dopoguerra. Manca pertanto l’approccio storico alla continuità degli eventi fino ad arrivare ai nostri giorni e questo  finora ha generato conseguenze in parte fallimentari, che è bene non si ripresentino  alle nuove generazioni. È stata infatti, troppo spesso, lasciata in sospeso la memoria storica, trascurando completamente la continuità fino al tempo presente, ossia quell’arco temporale in  cui si realizza la storia contemporanea, l’attualità, quella storia di cui siamo immediatamente testimoni. In  realtà una “finestra sul presente” si potrebbe aprire in qualunque momento del programma scolastico, purché si accetti di abbracciare l’insegnamento della storia per concetti, superando l’assuefazione ad un approccio puramente ed esclusivamente cronologico dei fatti storici.

Sarà inevitabile trovarsi a dover scegliere solo determinati argomenti, a scapito di altri, operando anche dei tagli drastici su alcuni momenti della storia del passato. Ma sarà possibile, in questo modo, fornire dei concetti che stimolino la coscienza storica degli alunni e orientare questi ultimi alla coscienza della storia presente. Sarà anche possibile introdurre e lavorare in maniera stimolante e proficua su quei grandi temi che sono stati al centro della seconda e terza giornata del corso: il Novecento come secolo della violenza e della non violenza, e il Novecento come secolo della  globalizzazione.

Parlare del Novecento come “secolo della violenza” è accettare una delle tante definizioni che ne sono state date, poiché, in effetti, il tema della violenza è unificante per questo secolo; ma, al contempo, vi sono state delle ideologie pacifiste che hanno cercato risposte alla cultura della violenza, segnando le stagioni della “non violenza”. Si è parlato di quantità della violenza, numeri della violenza, ma anche di una “qualità”, stimolando domande su come restituire agli alunni la percezione della violenza stessa, che spesso è stata “banalizzata” anche tramite un’eccessiva esposizione ad immagini, una sua massificazione, fino ad arrivare quasi ad una familiarizzazione con essa.

Tra le tante definizioni che sono state date del Novecento, vi è poi quella di “secolo della globalizzazione”, tematica affrontata nella terza giornata del corso. Dagli anni ’90 in poi si è addirittura abusato di questa categoria, che in realtà è molto più articolata e non sempre applicabile indistintamente a tutti i fenomeni del Novecento. Ci è stato spiegato che è possibile  parlare di globalizzazione solo quando vi è una costruzione di reti; e quindi il concetto non può essere considerato proprio soltanto del Novecento, ma, a ben vedere, già nel Cinquecento vi sono stati fenomeni che si possono considerare globali, come il commercio marittimo o gli imperi transoceanici. Reti sovrastatali e confini permeabili ci sono sempre stati, motivo per il quale non si può eleggere il Novecento a  secolo della globalizzazione.

In tutte e tre le giornate noi docenti ci siamo trovati di fronte alla necessità di rivedere e riposizionare alcuni punti fermi delle nostre conoscenze. Siamo tornati studenti, imparando a formare prima noi stessi per poter formare i nostri allievi. Guidati magistralmente dai tutor abbiamo appreso elementi nuovi da proporre all’attenzione dei nostri alunni, e abbiamo potuto impostare delle ipotesi di lavoro in classe, selezionando le domande adeguate da proporre e cercando insieme la strategia più utile per guidare gli studenti a lavorare sui documenti e  trovarvi  autonomamente   le risposte alle problematiche da analizzare.

Alla luce di questa bella, ricca e stimolante esperienza, mi sento di affermare con tranquillità che noi docenti avvertiamo sempre più l’esigenza di una formazione che diventi parte integrante del nostro lavoro quotidiano, che si avvalga anche della collaborazione con istituti ed enti del territorio, e favorisca quella “pedagogia della reciprocità” in cui gli stessi docenti, vedendosi essi stessi come anche come alunni, contribuiscano, su vari livelli, alla formazione di altri docenti.

 

                                                                                                                                                                                       Michela Vigna Taglianti

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