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Lunedì, 23 Ottobre 2017

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TUTTI IN CARROZZA!

Sorrido e penso: finché ci saranno loro, gli studenti, ci sarà sempre la speranza di poter cambiare il finale

Sono uscita di casa una mattina di dicembre. Erano da poco passate le sei e faceva un freddo cane. Il tragitto fino alla Prima Stazione era lungo e, sarà stata colpa dell'ansia o del freddo, mi sono ritrovata a far visita a tutti i bagni pubblici incontrati lungo il percorso.

Quando finalmente arrivo, molti stanno già aspettando, tutti con lo stesso desiderio, riuscire a prendere quel treno!

Ma non sarebbe stato facile. Mentre aspetto, ricontrollo tutta la mia documentazione. Sapevo che solo in pochi sarebbero partiti, ma questa volta io avevo le carte in regola.

Veniamo divisi in piccole sale d'aspetto dove, dicono, avverrà la selezione. Ricontrollo un'ultima volta la mia cartellina, poi la controllano loro. «Lei può salire», mi dicono. Sono stordita, tutto fin troppo facile...

Sul binario, in attesa di quel treno con cui avrei iniziato il mio lungo viaggio, mi guardo intorno. Cerco i volti di quelli che poco prima si trovavano nella saletta con me: nessuno.

«In Carrozza!!!» Ed eccoci finalmente sul treno: pochi superstiti di quella prima selezione che iniziano a fare conoscenza. Prendo posto in un angolo vicino al finestrino e osservo. Una variegata umanità mi si para davanti e assisto alla lenta costruzione di un'improbabile società di mutuo soccorso. Quelli che avevano fatto quello stesso viaggio in tempi lontani, dispensavano consigli; altri, invece, che erano stati per brevi periodi nel luogo della nostra destinazione ora ci volevano tornare, per sempre. E poi c'erano quelli come me, in silenzio, nella remota speranza di avere qualcosa d'interessante da dire.

Una mattina di febbraio finalmente arriviamo alla Seconda Stazione. Ad aspettarci una coincidenza, sulla quale solo i primi che riuscivano  a salire avrebbero trovato un posto. Nonostante i mesi di convivenza e condivisione di esperienze, non mi sentivo pronta per la corsa. Tutti mi sembravano più allenati di me e temevo che l'ansia e il freddo, anche questa volta, potessero giocarmi un brutto scherzo.

Scendiamo dal treno e corriamo come pazzi, quasi non mi riconosco: voglio prendere quella coincidenza e sento dentro di me una forza di cui non sospettavo. Ancora un piccolo sforzo e... mi ritrovo inspiegabilmente seduta vicino al finestrino, in un angolo. Ce l'ho fatta!  Volti disfatti dalla fatica, restano giù.

Mentre il treno lascia la Stazione per portarci a quella successiva, cominciamo  ad assaporare il Profumo della vittoria. Ancora una volta, con i pochi rimasti, cominciamo a pianificare strategie su come superare l'ultimo ostacolo: la Terza Stazione. Questa volta sembrerebbe più facile, un semplice controllo dei documenti, ma ben presto scopriamo che non sarà così. Quando arriviamo, alcune carrozze vengono staccate,  lasciando in Stazione molti di noi.

Io rimango al mio posto, sul treno che riparte, in una calda e accecante giornata di fine luglio.

Ci guardiamo intorno, increduli...  Si comincia a spargere la voce che mai, prima di allora, la selezione fosse stata così dura, e noi eravamo lì.

L'ultima parte del viaggio è stata un lungo festeggiamento, accompagnato dal sorriso rassicurante del capotreno... Già!  Nini si chiamava, signora Nini. Sembrava così contenta per noi e si divertiva un mondo ad ascoltare le nostre storie! Non ci faceva mancare niente. Fin da subito ci aveva affidati alle cure del suo assistente, un Fuso di ragazzo, magro e occhialuto, dai modi rassicuranti, che con il suo buffo accento mi riportava alla mia infanzia...

Se dovessi scegliere una parola che rappresenti la mia vita, direi "tardi". Ho sempre fatto tutto tardi;  spesso arrivavo così tardi che non potevo più fare niente. Ma questa volta no, mi dicevo, questa volta sono riuscita a prendere il treno, l'ultimo treno. Riguardo ancora il biglietto che la signora Nini ci aveva dato all'inizio dell'ultima parte del nostro viaggio: "Via della scuola". Finalmente potevo vedere scritta, nero su bianco, la mia destinazione.

Stridio di freni... Il treno interrompe la sua corsa.

«Che succede?», «Perché ci siamo fermati?», «Oddio che botta! Ma che so' matti?», «Dov'è la signora Nini?», «Qualcuno ha visto la signora Nini?»

La concitazione dei primi momenti lascia spazio ad un silenzio assordante.

Ci guardiamo attoniti. Fuori è buio quando la voce neutra dell'altoparlante annuncia: «Siamo fermi per far passare altri treni, più veloci». Non capisco, NOI dovremmo essere il treno più veloce, cos'è questa storia?

E subito dopo, come se volesse rispondermi: «Questo è un treno accelerato, deve dare la precedenza ai treni ad alta velocità».

Non può essere...

Riprendo in mano il mio biglietto. Non so se è la luce fioca del treno ora, o è stata quella accecante della partenza, ma noto qualcosa di diverso nell'indirizzo... Una vocale, una sola piccola vocale ...

«Embè? E che finisce così?»

«Ma che davero, pressore'?»

«Perché, scusate, secondo voi, come dovrebbe finire?»

«Dovrebbe fini'! ...Nel senso... ce deve ave' un finale!»

« Secondo me, dopo tutta st'Odissea, questi ce devono ariva' a destinazione!»

«Ma poi, pressore', che è 'sta storia daa vocale? Mica l'ho capita!»

Non so se sentirmi più sconfortata per la conclusione del racconto o per le reazioni dei ragazzi. Ma ho fiducia in loro e ci provo!

Qualcuno tra i più svegli mi aiuta con la storia della vocale, ma per il finale...

«Come vorreste che finisse? ... Nel senso (deprecabile tentativo di avvicinamento al loro mondo)... Se volete dare un 'finale' che sia 'lieto', perché non lo scrivete voi?»

Perplessità.

«Ahò, ma che è 'n compito?!»

Sorrido e penso: finché ci saranno loro, gli studenti, ci sarà sempre la speranza di poter cambiare il finale.

Germana Capparella

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